Alla ricerca di una immagine totale

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a cura di Paola Tricomi 

Quando lo studio giornaliero stimola la tua mente a riflettere con un nuovo sguardo su temi che ti stanno particolarmente a cuore, nascono brevi articoli come questo. Uno spunto che vuole inaugurare un filone riflessivo in relazione al corpo e alla diversità. Un argomento che, come pochi, riguarda davvero noi tutti.

In questi giorni di rinnovata clausura e di stress da aumento di contagi, mi è capitato di accostarmi nuovamente alla lettura del XVII canto del Paradiso e di concentrarmi esattamente nei versi 37-39. Si tratta di una terzina alquanto dibattuta e, come sempre accade per le espressioni dantesche, di difficile comprensione, ma piena di fascino. In essa sembra che Dante voglia esprimere l’idea che all’uomo non sarà mai possibile vedere nella sua interezza la storia universale: egli vedrà sempre solo ciò che accade nel segmento temporale che gli è dato vivere. La storia universale è, tuttavia, dipinta tutta nell'eterno. A mio avviso, si tratta di una verità che per raggiungerla serve una vita intera e a volte non basta, ma si tratta di una verità determinante. Infatti, Dante sta dicendo che una formula capace di spiegare l'universo per intero, la storia universale appunto, la cosiddetta “teoria del tutto” (se volessimo dirla alla Stephan Hawking), non è possibile raccontarla, riferirla, esprimerla in parole, ma la si può vedere soltanto in immagini. Il segreto dell'universo non lo si può dire, ma lo si può vedere! Mi colpisce quest’idea, soprattutto in quanto elaborata da un poeta, e mi colpisce allo stesso tempo l'idea di un'immagine che racchiuda tutto e in cui tutto sia connesso perfettamente, come nell'universo. Così, mi sono chiesta: oggi noi, tanto abituati a vedere immagini, ma allo stesso tempo tanto abituati a vedere immagini da dietro un obiettivo o comunque racchiuse dentro un confine, che sia una cornice, lo schermo di un computer, di un tablet, di un cellulare o anche il bordo di una foto, riusciamo ancora a contemplare l'idea di un'immagine totale, che racchiuda la totalità? È un concetto per noi molto difficile, innanzitutto perché siamo molto abituati a vedere la realtà in maniera mono dinamica. Fin da bambini ci hanno insegnato che bisogna dedicarsi ad una cosa sola per volta, se la si vuole fare bene, e quindi, allo stesso tempo, ci hanno insegnato ad “iperspecializzarci” in qualcosa escludendo altro. Allo stesso tempo, però, la difficoltà nel concepire un’immagine totale sta anche nella difficoltà di concepire una visione totale. Così, mi sono chiesta in cosa noi possiamo concepire una visione che racchiuda la totalità? 

Lo scarto mentale che mi ha condotto ad una risposta —certamente non definitiva e sempre in evoluzione, ma secondo me importante —, è stata un'altra riflessione che ho condotto e su cui da un po' di tempo volevo scrivere: una riflessione sul corpo. Il nostro corpo ci accompagna per l'intera vita e non solo funge da nostro pedissequo seguace, ma soprattutto è l'immagine con cui ci muoviamo nel mondo. Parlare del corpo è molto complesso, perché equivale a parlare di noi. Noi siamo corpo e allo stesso tempo, tuttavia, siamo anche mente, pensiero. Per questo ci capita molto spesso di dissociarci, considerare il corpo come qualcosa di diverso da noi: il nostro pensiero dal nostro corpo, la nostra storia dal nostro corpo. Spesso, incappiamo in quelle terribili trappole del mondo contemporaneo che ci conducono a voler somigliare, nel nostro corpo, a stereotipi che non ci appartengono e, dunque, a volerlo trasformare. A noi stessi imponiamo diete, in casi drastici interventi e modifiche determinanti del nostro corpo per somigliare ad un’immagine, un ideale che non racconta la nostra storia, ma racconta solo ciò che è nella nostra mente, ovvero un desiderio di essere qualcosa di diverso da ciò che siamo. Naturalmente, esistono situazioni di reale rischio alla salute che necessitano un cambiamento drastico, ma non parlo di questo. Parlo di quel confine sottile, che distingue tutti noi ogni giorno, tra un ideale di bellezza che crediamo assoluto e la nostra realtà.

Dunque, ho ripensato a un'idea di immagine totale, un'immagine in cui la storia di un percorso intero si potesse narrare attraverso una visione istantanea, e mi sono chiesta: e se anche noi iniziassimo a concepire il nostro corpo come un'immagine o una realtà che racconta una storia? Sulla nostra pelle, infatti, sono incise tutte le esperienze che abbiamo vissuto: alcune immediatamente evidenti, altre per cui occorre una visione più attenta, ma vi sono tutte. Sulle nostre cromie si raccontano le storie dei nostri avi, così come sui tratti somatici, sulla nostra capigliatura e sul taglio degli occhi. Sui nostri moti gestuali si raccontano le storie che da bambini ricevevamo dai nostri nonni, dagli zii, dai genitori. Si esprime l'educazione ricevuta, ma anche il nostro carattere, consequenziale alle esperienze che abbiamo avuto. Sull'approccio fisico che manteniamo con gli altri si racconta parte di noi in modo determinante. 

Per un istante, ho avuto la fulminea sensazione che un'immagine di totalità, tanto ricercata e apparentemente tanto difficile da trovare oggi, in realtà l'abbiamo davanti agli occhi ogni giorno. Ogni volta che incontriamo una persona, l’osservarla attentamente ci può narrare la sua storia. Ma allo stesso tempo abbiamo un'immagine di totalità che in apparenza ci sembra lontana da noi e invece è molto vicina. È la nostra stessa storia, intrecciata alle storie dei nostri avi e iscritta sul nostro corpo. Cosa accadrebbe se iniziassimo a vedere il nostro corpo come un'immagine di totalità che ci racconta la nostra storia e tutto ciò che sta dietro noi? Forse, inizieremo ad avere un maggiore rispetto del nostro corpo e di quello altrui, una maggiore consapevolezza di chi siamo.

 

Ritratto di gruppodonneuildm

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