Affrontare la violenza nei confronti delle donne con disabilità: a che punto siamo?

Locandina convegno

AFFRONTARE LA VIOLENZA NEI CONFRONTI DELLE DONNE CON DISABILITÀ: A CHE PUNTO SIAMO?

a cura di Chiara Iengo

 

Il 18 e 19 ottobre 2019 si è tenuto a Trento l’interessante convegno internazionale “Affrontare la violenza sulle donne – prevenzione, riconoscimento e percorsi di uscita” organizzato dal Centro Studi Erickson.

Tra i vari simposi, ho potuto seguire ed apprezzare quello sulla prevenzione e sul contrasto alla violenza di genere nei confronti delle donne con disabilità; inutile dire che all’alba dell’approvazione all’unanimità delle mozioni discusse alla Camera dei Deputati il 15 ottobre scorso, concernenti iniziative volte alla lotta alle discriminazioni nei confronti delle donne con disabilità, tra cui quella forse più nota a prima firma dell’onorevole Lisa Noja, il mio interesse per l’argomento era più che mai acceso.

Le tre relatrici intervenute, Maria Giulia Bernardini (ricercatrice presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Ferrara), Luisa Bosisio Fazzi (attivista per i diritti umani del Movimento persone con disabilità) e Rosalba Taddeini (referente dello sportello sulle multiple discriminazioni, Differenza Donna, Roma), nonostante i diversi punti di vista, hanno però tutte posto prevalentemente l’accento su cosa ancora manchi, e purtroppo manca ad oggi davvero tanto.

Basti pensare che se partiamo dalla Convenzione di Istanbul, l’unico riferimento alle donne con disabilità lo troviamo nell’art. 4 laddove viene specificato che l’attuazione delle disposizioni nella stessa contenute debba essere garantita senza alcuna discriminazione fondata, tra le altre condizioni, sulla disabilità.

È ormai dato certo quello secondo cui le donne e le ragazze con disabilità siano più vulnerabili rispetto alla violenza di genere. Ciò nonostante la Convenzione di Istanbul non prende espressamente in considerazione le donne con disabilità.

Al contempo, nel 2016 l’Italia è stata oggetto di specifiche raccomandazioni da parte del Comitato sui diritti delle persone con disabilità in riferimento all’applicazione della Convenzione ONU del 2006 sui diritti delle persone con disabilità. Il Comitato ha infatti raccomandato alla nostra nazione di porre in atto una specifica normativa, compresi i relativi strumenti di monitoraggio, al fine di individuare, prevenire e combattere la violenza contro le persone con disabilità sia all’interno che all’esterno dell’ambiente domestico, in particolar modo quella contro le donne e i minori con disabilità, nonché di produrre un piano di azione per l’attuazione della Convenzione di Istanbul che riguardi specificamente le donne e le ragazze con disabilità. È stato altresì raccomandato all’Italia di provvedere alla formazione del personale della polizia, della magistratura, dei servizi sanitari e sociali, in connessione con la messa a disposizione di servizi di sostegno accessibili ed inclusivi per coloro che subiscono violenza, compresi i rapporti della polizia, gli strumenti di reclamo, le case protette e ogni altra misura di supporto. Pare evidente, a fronte delle preoccupazioni espressamente manifestate dal Comitato, che le raccomandazioni di cui sopra derivino da forti lacune del nostro ordinamento proprio in materia di tutela delle donne con disabilità.

Maria Giulia Bernardini ricorda che anche il CESE (Comitato Economico e Sociale Europeo) l’11 luglio 2018 ha invitato le istituzioni europee e gli stati membri ad adoperarsi maggiormente sul versante della protezione delle donne e delle minori con disabilità poiché l’Unione Europea (e con essa gli Stati Membri) non dispone di un quadro giuridico specifico in grado di tutelare e garantire i diritti umani delle donne e delle ragazze con disabilità. La ricercatrice sottolinea poi come nel nostro ordinamento non esista praticamente alcuna disposizione che contempli espressamente un riferimento specifico alle donne con disabilità (ad eccezione del Decreto del Ministero del Lavoro attuativo della L. 68/99), piuttosto la disabilità è eventualmente considerata quale circostanza aggravante del reato nel nostro codice penale. “La variabile di genere, associata alla condizione di disabilità, è un elemento ancora trascurato e posto ai margini dell’attenzione pubblica”, prosegue Bernardini, e “la mancanza di una specifica normativa relativa alla violenza sulle donne con disabilità contribuisce a mantenere inalterata la condizione di alienazione, esclusione e discriminazione strutturale», come richiamato dal Comitato ONU sui diritti delle persone con disabilità. La mozione “Noja” e le altre tre mozioni approvate alla Camera dei Deputati (queste ultime valevoli per le parti non già assorbite dalla prima) pur non costituendo atti vincolanti vengono certamente viste come un passo in avanti verso il cambiamento.

Nel frattempo, il vero grande problema, oltre al vuoto normativo, è la mancanza di “percezione e consapevolezza dei servizi dai quali emerge l’incapacità di gestire i fenomeni di violenza subiti dalle donne con disabilità, la scarsa sensibilizzazione delle donne e delle ragazze con disabilità rispetto alla violenza di genere, l’insufficiente competenza nell’intervento diretto con la donna con disabilità quando vittima di violenza, la mancanza di efficaci servizi e sostegni per il contrasto alla violenza di genere su donne con disabilità che necessita di interventi che tengano conto della loro individualità di tipo personale, familiare e sociale» spiega Luisa Bosisio Fazzi esponendo i risultati dell’indagine VERA (Violenza, Emergenza, Riconoscimento, Accoglienza) rilevati tra il 2018 e il 2019, segnalando che l’obiettivo della suddetta indagine era quello di raggiungere almeno 1.000 donne con disabilità attraverso un questionario. Purtroppo ad oggi hanno risposto solo 519 donne. Si traggono comunque dati molto preoccupanti: il 33% delle donne con disabilità ha dichiarato di avere subito una qualche forma di violenza e il 10% ha affermato di essere stata vittima di stupro.

Anche Rosalba Taddeini segnala molte criticità consistenti soprattutto nel fatto che le stesse donne con disabilità spesso non conoscano i propri diritti, non riconoscano la violenza perpetrata a loro danno, non accedano ai Centri Antiviolenza (anche a causa delle barriere ivi presenti). A tal proposito lo sportello itinerante di Differenza Donna (Associazione nata nel 1989 con l’obiettivo di far emergere, conoscere, combattere, prevenire e superare la violenza di genere) e i vari focus group con donne aventi diverse disabilità hanno permesso di far acquisire maggiore consapevolezza alle stesse sui propri diritti e sul proprio corpo, grazie all’organizzazione di incontri di sensibilizzazione sulla violenza di genere per e con donne con disabilità.

La conclusione di questi due giorni di formazione a Trento e, in specie, del simposio relativo alla violenza di genere nei confronti delle donne con disabilità mi porta ad una riflessione: allo stato il percorso che si prospetta di fronte a noi affinchè le donne con disabilità non rimangano “invisibili” rispetto al fenomeno della violenza di genere è ancora molto lungo. Tuttavia si iniziano ad avvertire i primi segnali di attenzione alla problematica. Certamente c’è bisogno di maggior consapevolezza da parte delle donne stesse, ma soprattutto da parte della società e del legislatore, poiché la grande verità sulla problematica della violenza di genere (ivi compresa quella nei confronti delle donne con disabilità) è l’assunzione di responsabilità da parte di tutti noi: la violenza nei confronti delle donne non è un problema delle donne, la violenza nei confronti delle donne è un problema di cui tutti noi (uomini compresi) dobbiamo farci necessariamente carico.

 

   

 

 

 

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