Gruppo Jump LGBT - Oltre tutte le barriere

intervista a cura di Simona Lancioni

 

Lesbiche, gay, bisessuali e transessuali (in sigla LGBT): c’è ancora chi li dipinge come sovversivi che, rivendicando l’esistenza di tanti modelli di famiglia, anche diversi da quello tradizionale (basato sull’unione di un uomo e una donna), vogliono minare la società sin dalle fondamenta. Un’accusa grave e preoccupante. Ma costoro, di preciso, come intenderebbero attuare questo scellerato progetto? Amandosi! … se questo genere di allarme vi suscita ilarità, la cosa è perfettamente comprensibile. Ed in effetti ci sarebbe proprio da ridere se tali accuse non fomentassero odio, discriminazione e violenza nei confronti delle persone con un orientamento sessuale diverso dall’eterosessualità, e se in Italia non avessero avuto l’esito di bloccare il riconoscimento giuridico, e la definizione dei relativi diritti e doveri, delle tante coppie di fatto (non solo omosessuali) che sono ormai una realtà ineludibile anche nel nostro Paese.

[caption id="attachment_7409" align="alignleft" width="300"]Il logo del Gruppo Jump LGBT, una sedia a rotelle stilizzata con i colori dell'arcobaleno. Il logo del Gruppo Jump LGBT, una sedia a rotelle stilizzata con i colori dell'arcobaleno.  [/caption]

Qualche dato recente aiuta a capire cosa sta accadendo nel panorama internazionale e nazionale: l’Irlanda è il primo Paese al mondo che ha introdotto il matrimonio tra persone dello stesso sesso nella Costituzione grazie ad un referendum (che si è tenuto il 22 maggio scorso); il 26 giugno la Corte suprema degli Stati Uniti d’America ha stabilito che il matrimonio è un diritto sancito dalla costituzione anche per le coppie omosessuali, ed è quindi legale in tutti gli Stati del Paese; il 21 luglio la Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per non aver ancora riconosciuto le unioni omosessuali; l’8 settembre l’Europa ha richiamato nove Stati dell’Unione, tra cui l’Italia, sollecitandoli a disciplinare in materia di unioni civili; il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha promesso di legiferare in merito entro l’anno, ma il relativo Disegno di Legge continua ad essere modificato, ed i tempi di approvazione tendono a slittare per la pressione esercitata da ministri e parlamentari conservatori.

Recentemente, a Bologna, si è formato un nuovo gruppo, si chiama Gruppo Jump LGBT, e oltre a rivendicare rispetto, riconoscimento e diritti per i e le LGBT, vuole impegnarsi simultaneamente anche nella causa delle persone con disabilità che, quando hanno la caratteristica di essere anche omosessuali, vanno incontro ad una discriminazione multipla. Mentre attendiamo che gli esempi irlandese e americano illuminino i parlamentari italiani, e che i richiami della Corte europea dei diritti umani trovino ascolto, abbiamo rivolto qualche domanda ai componenti del Gruppo bolognese.

 

Come nasce il vostro Gruppo, da chi è composto, e quali sono le sue finalità?

«Il gruppo Jump LGBT nasce grazie alla mediazione di un ragazzo che lavora al Cassero, che si occupa in particolare di approfondire il tema della “doppia discriminazione”, ovvero la situazione di coloro che sono soggetti al rischio di subire un doppio stigma, in quanto persone LGBT appartenenti a gruppi sociali minoritari (immigrati, disabili...). Dopo esserci conosciuti, il 4 aprile 2015 ci siamo costituiti come gruppo. “Jump” in inglese significa “salto”. Da non intendersi necessariamente in senso letterale. Perché un salto può essere non solo fisico, ma anche evolutivo: lo sprone che mira ad abbattere i pregiudizi. Ed è proprio per celebrare la forza metaforica di questo salto che è nato il gruppo Jump. Il gruppo nasce quindi dall’incontro di quattro persone LGBT con disabilità che hanno deciso di impegnarsi per promuovere la sensibilizzazione rispetto ad alcuni temi. Il suo scopo è quello di far luce su un tema ancora troppo nascosto: l'affettività LGBT nelle persone disabili. Il gruppo favorisce l'incontro, lo scambio di esperienze e la condivisione di interessi culturali, organizzando inoltre attività di sensibilizzazione e di formazione al fine di promuovere i diritti delle persone con disabilità - incluso quello di vivere liberamente la propria affettività. A questo fine, il gruppo è inoltre impegnato nella lotta per l'eliminazione delle barriere architettoniche.»

 

Un palloncino rosso, a forma di cuore, con la scritta «Lo stesso amore, gli stessi diritti, #LoStessoSì», vola leggero al Roma Pride del 13 giugno scorso. Sullo sfondo, fuori fuoco, il Colosseo. Un palloncino rosso, a forma di cuore, con la scritta «Lo stesso amore, gli stessi diritti, #LoStessoSì», vola leggero al Roma Pride del 13 giugno scorso. Sullo sfondo, fuori fuoco, il Colosseo.

 

Quale accoglienza ha ricevuto nel “mondo arcobaleno” l’idea di interessarsi ai temi della disabilità?

«Rispondendo a questa domanda, non vogliamo avere la presunzione di poter parlare del “mondo arcobaleno” in generale, come se le nostre singole esperienze possano essere in qualche modo generalizzate a tutto il mondo LGBT, bensì ci limiteremo ad esporre quello che riteniamo essere stato il nostro particolare vissuto. L'accoglienza presso il circolo “Il Cassero” è stata caratterizzata il più delle volte da interesse, empatia e comprensione, anche se vi sono state iniziali difficoltà di approccio al tema dell’accessibilità: le nostre richieste di accedere autonomamente alla struttura inizialmente venivano percepite come una sorta di “pretesa”, come se il diritto all' accessibilità fosse considerato quasi un “di più”, un “lusso”. In questa prospettiva l'accessibilità era divenuta qualcosa da ottenere quasi “per gentile concessione”. A questo riguardo, la domanda che troppo spesso viene fatta è: “che bisogno hai di entrare da solo?” Ovviamente posto in questi termini il discorso parte evidentemente da premesse sbagliate: come se l'accessibilità non fosse un vero e proprio diritto di tutti. Questo approccio del circolo era però dovuto ad una mancanza di conoscenza su questi temi, che adesso – siamo felici di dire - in parte è svanita. Rispetto a prima molti passi avanti sono stati fatti, da parte di tutti, per ciò che riguarda questi temi. Va comunque detto che la specificità della condizione di un disabile omosessuale è spesso molto complessa e la sola buona volontà mostrata dalla comunità LGBT che ci ha accolto da sola purtroppo non basta ad abbattere barriere fisiche e culturali così radicate.»

 

L’orientamento sessuale e la disabilità sono spesso motivo di pregiudizio e causa di discriminazione per le persone che ne sono interessate. La discriminazione può assumere forme diverse (biasimo, compassione, segregazione, derisione, violenza, isolamento, ecc.). Quali sono le differenze, e quali le analogie, tra le discriminazioni subite da chi ha un orientamento sessuale diverso dall’eterosessualità, e quelle rivolte alle persone con disabilità?

«Per rispondere a questa domanda andrebbero distinti due aspetti: quello teorico e quello pratico. Sul piano teorico, discriminare la disabilità è un comportamento ormai fortemente stigmatizzato in quasi tutti i contesti sociali (ovviamente ci riferiamo al comportamento di persone adulte e psicologicamente equilibrate, perché sulla correlazione tra adolescenza e bullismo bisognerebbe forse aprire un discorso a parte) mentre, in certi ambienti, discriminare i gay è ancora oggi socialmente accettato. Questo probabilmente è dovuto al fatto che il comportamento omosessuale viene ancora oggi considerato da alcuni come un qualcosa di dipendente dalla propria “volontà”: mentre se sei disabile la tua disabilità, congenita o acquisita, non può essere in nessun modo letta come una tua “colpa”, se invece sei omosessuale, il tuo modo di essere - come se si trattasse di un vezzo, un capriccio – a volte viene giudicato alla stregua di una “colpa”, alla quale tu potresti porre rimedio se davvero lo volessi. Se nel primo caso c'è compassione per il povero “sfigatello”, nel secondo spesso c'è il biasimo verso il “pervertito”. La discriminazione esiste comunque verso entrambi i gruppi (gay e disabili), però per quanto riguarda la disabilità le persone raramente si permettono di discriminare in maniera esplicita: il pregiudizio verso la persona disabile assume spesso dei toni ambigui e sottili, difficilmente manifesti. Tanto è vero che spesso la persona disabile è soggetta ad una specie di “pregiudizio positivo” (quante volte abbiamo sentito dire da qualcuno che “i disabili sono persone più sensibili delle altre”?) . Spesso quindi si assiste anche ad una sorta di “idealizzazione” della persona disabile (almeno a livello “teorico”) che però poi a volte si tramuta in discriminazione quando si passa ai fatti. Al contrario, per ciò che riguarda l'omosessualità, discriminare apertamente una coppia gay imponendole di non baciarsi in pubblico per non “traviare i bambini” è considerata ancora oggi un’opinione accettabile! I diritti e l’ipotetico rispetto che i disabili hanno guadagnato a livello “teorico” vengono comunque disattesi quotidianamente a livello “pratico”: pensiamo alle barriere architettoniche, all’assistenza negata, allo stigma verso corpi “differenti”. Come disabili abbiamo più diritti sulla carta, ma quando vengono ignorati nessuno se ne accorge, nessuno manifesta contro queste discriminazioni. Come gay abbiamo meno diritti, anche se esiste una comunità che offre grande sostegno sociale

 

Leggendo le notizie che trattano dei casi di omofobia si ha l’impressione che il bersaglio preferito dagli omofobi sia l’omosessualità maschile, mentre quella femminile susciti meno interesse. E’ solo un’impressione indotta dai media, o effettivamente queste due espressioni dell’omosessualità riscuotono atteggiamenti diversi?

«Analizzando il dato della discriminazione anche da una prospettiva storica, ci sentiamo di dire che forse l'omosessualità maschile è sempre stata bersaglio di discriminazione, forse più dell'omosessualità femminile. Questo dato emerge in particolare dal fatto che molti studi che riguardano “terapie riparative” dell'omosessualità (nel passato, ma anche nel passato recente), si focalizzano in particolare sulla “cura” dei soggetti maschili (ricordiamo per esempio la “terapia riparativa” teorizzata dallo psicologo americano Joseph Nicolosi). Ciò probabilmente ha radici culturali e sociali che originano nel lontano passato. Non bisogna comunque dimenticare, a parer nostro, che la società odierna è ancora fortemente permeata di maschilismo (seppur in termini non così manifesti): in un contesto come questo, il distaccarsi dal proprio “ruolo di genere” (ovvero dal modello di “maschio” emotivamente “forte” e “virile”) nel caso dei maschi gay spesso fomenta un atteggiamento di intolleranza molto forte, in particolare da parte dei maschi eterosessuali. Tanto è vero che l'essere effemminato viene spesso letto dal contesto come una vera e propria “prova” di omosessualità (anche nei casi in cui ciò non trova un reale riscontro). Nel caso dell'omosessualità femminile, invece, forse la discriminazione sembra essere un po' meno presente. Ci permettiamo di dare una nostra opinione del tutto personale (e forse anche opinabile) del perché ciò accada: da un lato ci sentiamo di dire che forse i maschi eterosessuali si sentono maggiormente “minacciati” dai maschi omosessuali che dalle femmine omosessuali (che spesso non sono percepite come una “minaccia” al loro ruolo di genere). Per ciò che invece riguarda il rapporto delle donne con l'omosessualità femminile, ci è capitato di notare come spesso le donne condividano un approccio forse un po' meno “fobico” verso l'omosessualità femminile. Le donne, da questo punto di vista, ci sembrano forse maggiormente empatiche e “aperte”.»

 

Per una persona con disabilità omosessuale è più complesso accettare – e far accettare – la disabilità o l’omosessualità?

«Dal momento che il rispondere a questa domanda tocca corde molto soggettive per ognuno di noi, abbiamo deciso di fornire una risposta diversa per ogni membro del gruppo:»

F: «Posso dire che dipende molto dalla famiglia forse: alcune famiglie vivono molto male l’omosessualità del figlio, e vivono invece molto meglio la disabilità, in alcune accade il contrario. Nella mia famiglia è più difficile far accettare l’omosessualità. Il tipo di disabilità dal quale sono affetto è permanente e non degenerativo. Ciò significa che io sono così da sempre. Anche al di fuori della famiglia direi che ho più difficoltà a fare coming out che a mostrarmi come disabile. Ma nonostante questo devo dire che anche accettarsi come disabile è stato (e a volte un po' lo è ancora) abbastanza complicato, soprattutto in alcuni periodi come l’adolescenza: i primi anni del liceo li ricordo come anni molto difficili, in parte perché non avevo ancora raggiunto un buon livello di autonomia, in parte perché le prime esperienze di innamoramento non ricambiato non sono mai facilissime da vivere…»

I: «Per me posso dire che, rispetto ad F, sia vero il contrario: ho sempre pensato all’omo-bisessualità come una possibilità della vita, non è stato un trauma scoprirla. Anche perché vivevo già fuori dalla famiglia, in una città molto aperta, per cui non ho sofferto l’omofobia in modo particolare. Invece, la disabilità mi crea un sacco di problemi ogni giorno: devo lottare per l’accessibilità, per fare le cose che tutti gli altri danno per scontate, e mi sento abbastanza sola in questo. Come lesbica percepisco la solidarietà di molte persone, nel mio ambiente è quasi di moda essere gay-friendly… mentre lottare per i disabili è molto meno “figo” e richiede sacrifici, richiede di saper rinunciare a frequentare il locale X per non discriminare l’amica disabile, richiede di spendere più tempo e soldi per fare scelte accessibili e inclusive. Non so quanti di quelli che vanno al Pride sarebbero disposti a farlo.»

P: «Parlo per esperienza personale: quando mi sono ammalato, la mia omosessualità è passata in secondo piano, se non in terzo, agli occhi dei miei genitori. Per quanto mi riguarda, le cose stanno allo stesso modo : la mia malattia, a differenza dell'omosessualità che è una condizione più o meno definita, è progressiva. E' impossibile abituarsi, è impossibile sentirsi veramente “a casa” se il “trasloco” è continuo.»

 

Il 20 giugno scorso si è svolto a Roma il “Family Day” in difesa della famiglia formata da un uomo e una donna, e contro la disciplina delle coppie di fatto e delle unioni civili prevista nel Disegno di Legge Cirinnà. Tuttavia, in concreto, il riconoscimento di altre famiglie, diverse da quelle tradizionali, non influisce sui diritti di queste ultime. Quali sono allora, a vostro giudizio, i motivi di tanta ostilità?

«L'approvazione delle unioni civili (per persone omosessuali, ma non solo) rappresenta un cambiamento epocale, ma anche una svolta culturale (specialmente in un Paese come il nostro che, volente o nolente, conserva retaggi culturali di matrice cattolica molto forti). Tutti i cambiamenti epocali sono spesso salutati con diffidenza, e si rivelano spesso difficili da conseguire (come il diritto di voto, il diritto al divorzio, il diritto all'aborto), tutti diritti la cui difesa ha creato molta indignazione in passato. In più, non si può negare come ancora oggi lo Stato italiano si senta spesso “in dovere” di includere nel dibattito politico (e quindi laico) riflessioni che partono da una prospettiva fortemente cattolica: in questo senso la politica perde la propria capacità di diventare veicolo di diritti umani che dovrebbero riguardare tutti indistintamente (maggioranze e minoranze), a prescindere dal proprio credo religioso e dalla propria cultura d'appartenenza. Tale dibattito diventa infatti espressione di una visione particolare, che mira però ad imporsi su tutte le altre, senza possibilità di mediazione. Da una prospettiva cattolica la possibilità di aprirsi alle unioni di fatto genera molte “ansie”: si teme che una volta che lo Stato si sarà aperto alle unioni omosessuali, poi potrebbe in seguito aprirsi ad altre forme di “aggregazione”, considerate allo stesso modo “immorali” (come le famiglie poliamorose), ma anche altre “unioni” allargate, come le famiglie poligamiche, proprie delle culture musulmane.»

 

Quali sono le prossime iniziative che pensate di realizzare per portare avanti le vostre rivendicazioni?

«Al momento ci stiamo impegnando nella realizzazione di un cineforum, che con tutta probabilità partirà a gennaio 2016 e che mira, attraverso la visione di cinque lungometraggi, ad indagare alcuni aspetti legati al tema della disabilità e sessualità (l'accettazione del proprio corpo, difficoltà relazionali e sessuali che possono emergere nel caso di una disabilità acquisita....). Al termine delle proiezioni sarà inoltre previsto un dibattito, nel quale fare emergere opinioni e riflessioni in maniera libera. E' prevista inoltre la nostra partecipazione all'interno dei vari gruppi del circolo “Il Cassero” (ad esempio il gruppo Liberamente), al fine di portare la nostra esperienza e cercare di avere uno scambio con altre realtà all'interno del mondo LGBT. Ci stiamo inoltre muovendo per migliorare l’accessibilità della sede Arcigay “Il Cassero”, al fine di permettere la partecipazione di sempre più persone agli incontri, cercando così di ampliare il gruppo, conoscerci e scambiare esperienze.»

 

Per approfondire:

 

Pagina Facebook del Gruppo Jump LGBT

Gruppo Jump LGBT: un “salto” oltre tutte le barriere, «Cassero», s.d.

Sito dell’Arcigay Associazione LGBT Italiana.

Un “salto” oltre tutte le barriere, «Superando.it», 25 giugno 2015.

Unioni civili, Renzi: «No a furore ideologico, sulle adozioni libertà di coscienza», «Corriere della Sera», 13 ottobre 2015.

Unioni civili, Alfano: «No ad adozioni gay, per noi non è emergenza», «Corriere della Sera», 12 ottobre 2015.

Elena Tebano, Cinque cose da sapere sulle unioni civili «La Cirinnà in aula il 14 ottobre», «Corriere della Sera», 24 settembre 2015.

Unioni civili, Parlamento Ue all’Italia: “Dica sì ai matrimoni gay”. Ma a Roma ostruzionismo di Giovanardi blocca ddl, «Il Fatto Quotidiano.it», 8 settembre 2015.

Luca Nicoli, Omosessualità, genitorialità gay e gender: volete capirci qualcosa?, «Next quotidiano», 28 agosto 2015

Unioni gay, arriva la condanna di Strasburgo all'Italia: "Riconosca i loro diritti", «La Repubblica.it», 21 luglio 2015

Vescovi Usa: sentenza nozze gay "tragico errore", «Avvenire.it», 30 giugno 2015.

Usa, «sì» della Corte Suprema ai matrimoni gay in tutti gli Stati, «Corriere della sera», 26 giugno 2015.

Corte Suprema USA dice “si” ai matrimoni gay, «ProVita», 26 giugno 2015.

L'Irlanda dice sì ai matrimoni gay. "Siamo pionieri", «La Repubblica.it», 23 maggio 2015.

 

 

Ultimo aggiornamento: 14 ottobre 2015

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