"Il corpo delle donne con disabilità" - Intervista a Sara Carnovali

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Disegno di copertina di Andrea Honsberg Quintanilla

a cura di Francesca Arcadu

 

Sara Carnovali, Dottoressa di Ricerca in Diritto Costituzionale, abilitata all’esercizio della professione forense e autrice di diverse pubblicazioni scientifiche in tema di diritti delle persone con disabilità, discriminazioni multiple, diritti sociali, migranti e giustizia costituzionale, nei mesi scorsi ha pubblicato il suo ultimo lavoro dal titolo: “Il corpo delle donne con disabilità. Analisi giuridica intersezionale su violenza, sessualità e diritti riproduttivi” (Ed. Aracne – 2018). Un testo che nasce con l’intento di offrire uno strumento per gli operatori del diritto, come afferma lei stessa, comprensibile a tutti ma multidisciplinare. Da utilizzare nelle aule di giustizia, aggiungo io, ma anche come imprescindibile mezzo di approfondimento e conoscenza per tutti e tutte coloro che si occupano di disabilità.

Il tema della discriminazione multipla delle donne con disabilità viene trattato in questo volume in modo ampio, partendo dai diritti umani delle persone con disabilità, passando per i Feminist Disability Studies per arrivare a toccare i temi della violenza di genere, della sessualità e dei diritti riproduttivi in un quadro corposo e completo che restituisce la complessità della materia.

Ho voluto intervistarla per conoscere meglio, attraverso le sue parole, la genesi del testo e scambiare con lei alcune opinioni sui temi oggetto del suo lavoro.

 

Come è nato il libro, ovvero qual è stato il percorso che ti ha avvicinato alla tematica della disabilità al femminile?

Il libro nasce come rielaborazione della mia tesi di dottorato in Diritto costituzionale. Mi sono avvicinata alla tematica della disabilità già da studentessa, laureandomi con una tesi sui diritti costituzionali delle persone con disabilità. Durante gli anni del dottorato, soprattutto grazie alla mia tutor, Prof.ssa Marilisa D’Amico, ho avuto modo di approfondire le discriminazioni contro diverse categorie di individui. È stato poi soprattutto attraverso un soggiorno di studio in Irlanda, presso il Centre for Disability Law and Policy dell’Università di Galway, che ho scoperto le discriminazioni multiple intersezionali e come queste impattino con particolare drammaticità sull’esercizio dei diritti fondamentali da parte delle donne con disabilità. Del tema mi sono letteralmente “innamorata” (se mi è concesso il termine), sia per la sua rilevanza sul piano dei diritti umani, sia perché è davvero ancora molto poco studiato in Italia, motivo per cui ho dovuto condurre anche indagini sperimentali, in vari luoghi (tribunali, ospedali, associazioni, etc.) e mediante interviste, a diversi operatori e professionisti e - ovviamente ed in modo imprescindibile - a donne con disabilità.

 

Quali ritieni siano gli aspetti principali, in base alla tua indagine, nei quali si manifesta la doppia discriminazione a svantaggio delle donne con disabilità?

Più che di discriminazione “doppia”, parlerei piuttosto di discriminazione “multipla” di tipo “intersezionale”, perché la discriminazione inerente al genere e quella inerente alla presenza di una disabilità non si vanno a sommare; i fattori di rischio operano, invece, in maniera contestuale e sinergica, sì da diventare inseparabili: l’uno influenza l’altro e le conseguenze della discriminazione non sono riconducibili alla semplice sommatoria degli effetti che scaturiscono dai singoli fattori coinvolti.

Questo si nota soprattutto, a mio parere, con riferimento ai diritti sessuali e riproduttivi delle donne con disabilità, tema che si lega strettamente a quello della violenza. Molte donne con disabilità subiscono ancora, in molta parte del mondo, la violazione dei propri diritti sessuali e riproduttivi. Ciò dipende in gran parte da un forte stigma culturale e, nello specifico, dall’esistenza di due differenti “miti” in materia. Secondo il “mito dell’asessualità”, le donne con disabilità non avrebbero alcuna vita sessuale e riproduttiva, prospettiva che non si pone neppure il problema di garantire loro l’accesso ai servizi socio-sanitari dedicati a sessualità e riproduzione; all’opposto, il “mito dell’ipersessualità” teorizza che le donne con disabilità – specie se intellettiva o psichica – avrebbero una sessualità fuori controllo, da “dominare”, concezione che arriva persino a legittimare pratiche gravemente lesive dei diritti umani, quali contraccezione, interruzione di gravidanza e sterilizzazione forzate. Studi evidenziano come da ciò consegua la mancanza o scarsità di un’adeguata educazione all’affettività e alla sessualità, elemento strettamente connesso ad un rischio molto più elevato di contrarre malattie sessualmente trasmissibili. Inoltre, il mancato accesso anche alle più banali informazioni relative al funzionamento del proprio corpo genera l’assenza delle conoscenze di base necessarie a poter gestire l’igiene intima femminile, a proteggersi da eventuali violenze ed abusi, infezioni e, più in generale, a compiere decisioni informate in merito alla propria salute sessuale e psico-fisica. Infine, lo stigma appena delineato genera una scarsa consapevolezza da parte di familiari e caregivers circa i bisogni delle donne con disabilità, ovvero difficoltà ad affrontare tali tematiche (rimozione o negazione). Non solo. La letteratura evidenzia scarsa consapevolezza e difficoltà di gestione anche da parte dei professionisti del settore socio-sanitario, nonché, in ultima analisi, degli operatori della giustizia per ciò che riguarda i connessi diritti. Ecco perché il tema dei diritti sessuali e riproduttivi fa emergere in modo evidente le discriminazioni multiple di cui sono vittime le donne con disabilità.

 

Nel tuo testo analizzi efficacemente il rapporto di esclusione, fino al recente passato, delle donne con disabilità dal dibattito femminista e le ragioni che stanno dietro ad una diversa, se non diametralmente opposta, visione del corpo femminile. Come vedi, invece, negli ultimi anni, l’avvicinamento tra movimenti femminili/femministi e associazioni e rappresentanti della disabilità al femminile nell’ottica della intersezionalità? Il percorso di dialogo sta avvicinando queste visioni?

Nel libro, prendendo in prestito un’espressione della studiosa Elizabeth Spelman, parlo delle donne con disabilità come “inessential”, tradizionalmente vittime non solo di violenze e abusi, ma anche di una molteplice esclusione dal dibattito socio-politico e dai movimenti per i diritti civili, che le hanno per secoli relegate in una posizione di “inessenzialità”. Per lungo tempo le donne con disabilità sono così state escluse, innanzitutto, dalla riflessione liberale, incentrata sull’uomo sano, perfettamente “razionale” e in grado di produrre ricchezza sulla base di un modello standard di “produttività”. Questa esclusione ha però riguardato anche la riflessione femminista, che a lungo ha percepito le rivendicazioni delle donne con disabilità quali una sorta di “minaccia” per le proprie: le donne con disabilità rivendicano infatti il diritto a poter essere mogli, ad essere madri, mentre il femminismo negli stessi anni è impegnato a ottenere l’emancipazione dallo stereotipo dell’“angelo del focolare”, il diritto all’aborto e alla libera contraccezione. Certamente negli ultimi anni i movimenti femministi si stanno progressivamente aprendo, in maniera virtuosa, al tema dell’intersezionalità, anche se questo riguarda forse soprattutto fattori diversi dalla disabilità, quali l’origine etnica o l’orientamento sessuale. C’è dunque ancora da lavorare sul tema, secondo la mia opinione, e moltissimo ancora da fare quanto all’“avvicinamento” tra movimenti femministi e associazioni legate al mondo della disabilità, fenomeno che appare ai miei occhi decisamente recente e in alcune realtà poco presente. Non solo. Credo personalmente che il genere debba trovare maggiore spazio anche all’interno degli stessi movimenti per i diritti civili delle persone con disabilità. Infatti, come le teoriche dei Feminist Disability Studies hanno efficacemente evidenziato, l’esclusione delle donne con disabilità ha caratterizzato persino questi ultimi, che per molto tempo non hanno fornito adeguato spazio alle loro rivendicazioni perché incentrati sul modello sociale di disabilità, che non darebbe adeguata tutela ai diritti afferenti al corpo. Da questo punto di vista, esperienze come quella del Gruppo Donne Uildm si rivelano fondamentali e, a mio parere, possono costituire un importante esempio operativo per molte altre realtà.

 

Il fenomeno della violenza sulle donne con disabilità sta emergendo in tutta la sua gravità negli ultimi anni e, come riporti nel tuo libro, le donne con disabilità sono esposte ad un rischio da due a quattro volte superiore di subire violenza rispetto al resto della popolazione femminile. Quali pensi siano gli interventi più importanti da mettere in atto contro questo tipo di violenza, a livello giuridico e di sistema?

Il fenomeno della violenza di genere contro le donne è stato in Italia affrontato essenzialmente sotto il profilo della sicurezza pubblica, anziché della tutela dei diritti fondamentali delle donne che ne sono vittime. Tale prospettiva ha comportato l’utilizzo di strumenti emergenziali e interventi frammentati, i quali, da una parte, risultano talvolta non in grado di “abbracciare” tutte le fattispecie concrete che possono presentarsi nella prassi, dall’altra – proprio a causa della stratificazione normativa che interessa la materia –, generano confusione rispetto alle modalità applicative della disciplina tra gli stessi operatori del diritto. La situazione diventa ancor più complessa laddove la donna vittima di violenza presenti una o più disabilità. Mentre la normativa penale sostanziale, se pure migliorabile, sembra idonea a fornire adeguata protezione alle donne con disabilità vittime di violenza, a mio parere è a livello processuale penale che si dovrebbe intervenire, sul piano dell’accesso alla giustizia. La presenza di una disabilità dovrebbe secondo me trovare maggiore riscontro nella normativa, a delineare quel “generale statuto della vittima in situazione di vulnerabilità” che è richiesto dai documenti sovranazionali. Purtroppo, la percezione è che di fronte a casi analoghi vi sia il rischio dell’adozione di misure e provvedimenti diversificati e che, talvolta, la garanzia dei diritti fondamentali delle donne con disabilità sia rimessa, più che alla certezza del diritto, alla sensibilità di chi governa il processo e, più in generale, di tutti gli operatori chiamati a contribuire al procedimento di accertamento della verità.

Nel percorso di uscita dalla violenza, le donne con disabilità incontrano numerosi ostacoli, di natura materiale o culturali. In primo luogo, rileva l’inaccessibilità “materiale”, degli spazi o dei canali di comunicazione attraverso i quali le donne con disabilità possono trasmettere le richieste di aiuto (ad esempio, case rifugio e centri di accoglienza inaccessibili o centri antiviolenza contattabili esclusivamente per via telefonica), in contrasto con la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità quanto ai doveri di “progettazione universale” e agli “accomodamenti ragionevoli”. In secondo luogo, risulta di fondamentale e primaria importanza l’abbattimento delle barriere relative agli spazi in cui si esercita la giustizia e di quelle che ostacolano la comunicazione. Infine - ma non di meno! - rilevano le barriere culturali, che talvolta, purtroppo, si concretizzano in quella che viene definita “vittimizzazione secondaria”. Ecco allora che, per la tutela dei diritti fondamentali delle donne con disabilità, risulta a mio parere imprescindibile procedere ad una formazione specifica di tutti i professionisti – afferenti al mondo istituzionale, giuridico, sociale e sanitario – che potrebbero entrare in contatto con la donna con disabilità vittima di violenza, affinché riescano ad intercettare, decodificare e trasmettere i segnali della violenza, nonché a garantire compiutamente articoli 3 (principio di eguaglianza) e 24 (diritto di difesa, da intendere in senso ampio) della Costituzione. La formazione degli operatori dovrebbe adottare un approccio di tipo intersezionale, attento al contempo a genere e disabilità, l’unico che appare davvero idoneo a garantire un efficace contrasto del fenomeno della violenza contro le donne con disabilità, che caratterizza soprattutto contesti domestici o “di cura”. Ciò anche per evitare fenomeni di mancato coordinamento o di iper-specializzazione dei servizi o certi “rimpalli” di responsabilità che si registrano nella prassi.

 

Nell’anno in cui si celebra il decennale della ratifica da parte dell’Italia della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, il panorama sociale e politico ci ricorda come la strada per una corretta trasposizione nelle norme che fanno parte del nostro ordinamento dei principi enunciati nella Convenzione sia ancora lunga. Sei d’accordo? Qual è il bilancio di questo decennale, a tuo parere, anche dal punto di vista delle donne con disabilità?

Sì, sono d’accordo. Importanti passi sono stati compiuti nell’avanzamento dei diritti delle persone con disabilità, ma molti altri ne rimangono da fare e, talvolta, la mia personale percezione è che si stia tornando indietro, anziché progredire. Quanto alle donne con disabilità, il bilancio non è roseo, purtroppo, ancorché i principi guida da seguire nell’avanzamento dei loro diritti umani siano molto chiari. Come sappiamo, la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità dedica alle donne con disabilità una norma ad hoc, l’articolo 6, ed è costellata di continui riferimenti alle donne con disabilità in tutto il suo articolato, al fine di rafforzarne la tutela. Ed anche la Costituzione italiana, pur non nominando direttamente le donne con disabilità, è in grado di offrire alle stesse piena tutela. In particolare, gli articoli 13 (libertà personale), 32 (salute), 2 (garanzia dei diritti inviolabili e principi di solidarietà e autodeterminazione) e 3 (eguaglianza) costituiscono il fondamento costituzionale del diritto all’autodeterminazione della donna rispetto all’esercizio della propria sessualità, alla disposizione del proprio corpo in tal senso, all’indisponibilità dello stesso da parte di altri, alla libertà di decidere in merito all’interruzione volontaria di gravidanza e – più in generale – all’esercizio dei diritti riproduttivi.

Il problema, come talvolta accade, è l’implementazione delle norme costituzionali e sovranazionali da parte del legislatore, attraverso apposite discipline. Ciò emerge significativamente dalle osservazioni conclusive dell’ottobre 2016 – relative al primo rapporto dell’Italia – del Comitato delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, che si è definito “preoccupato del fatto che le ragazze e le donne con disabilità non sono sistematicamente incluse nell’agenda della disabilità” e ha sottolineato con forza la necessità “che il genere sia integrato nelle politiche sulla disabilità e che la disabilità lo sia in quelle di genere, in entrambi i casi in stretta concertazione con le donne e le ragazze con disabilità e le loro organizzazioni rappresentative”.

Ritratto di gruppodonneuildm

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